lunedì 31 agosto 2020

"Non era il mio cane" di Gabriella M. Ronchi


 

"Non era il mio cane" è una storia ricca di sentimento, l’ennesima testimonianza della sensibilità  della scrittrice e poetessa Gabriella M. Ronchi. Un racconto, questo suo, che tocca le corde più sensibili del lettore partendo dall'amore per un cagnolino, Ringhio, in realtà non proprio ma che col tempo diverrà come tale. Infatti, grazie a una quotidianità condivisa, durante le vacanze, nella casa di campagna della protagonista, Camilla, fra il vivace quattrozampe e la donna si instaurerà un legame speciale.

In “Non era il mio cane”, Camilla rievoca in maniera toccante il suo passato,  le sue radici familiari introducendoci con semplicità e naturalezza nel suo mondo, fatto di legami familiari, di gioie semplici e di amore per la  natura e per la vita.

Nella narrazione a un certo punto si inserisce la struggente storia di una badante marocchina, Karima,  segnata da una serie di vicissitudini, di sacrifici  e caratterizzata da una grande voglia di riscatto. Questa figura dà il là all'autrice per toccare il tema del razzismo e dell’emarginazione, piaghe che andrebbero combattute, perché giudicare un essere umano in base a dei pregiudizi è quanto di più ingiusto possa esserci al mondo. Il  personaggio di Karima offre anche l'occasione per parlare della condizione femminile, della violenza di genere, di come un’unione nata con le migliore speranze, come quella di Karima con suo marito, possa trasformarsi in un incubo.

Le ultime pagine grondano sentimento e nostalgia, preparate i fazzoletti, se avete il cuore tenero. L’autrice dimostra di saper parlare perfettamente il linguaggio del cuore e, con uno stile semplice ma incisivo, fa commuovere il lettore toccando con innegabile maestria tasti che sono universali,

“Non era il mio cane” di Gabriella M. Ronchi è una lettura intrisa di delicatezza, un amarcord che mi sento di consigliarvi, certa  che vi scalderà il cuore.

martedì 4 agosto 2020

"Gli occhi dell'abisso" di Diana Jett

Dopo un incipit morbido e delicato, che farebbe pensare all'avvio di un romanzo di tutt'altro genere,  Diana Jett sorprende il lettore sbattendogli in faccia le efferate imprese di uno spietato serial killer, "La Bestia", che uccide le sue vittime con un bacio tagliando loro la lingua.
La trama con le sue vicende si snoda fra il Texas dove vive Jade, brillante profiler dell'FBI, e la musicale patria del jazz New Orleans, sua città d'origine.
Supportata da uno stile fluido, scorrevole, la narrazione prende subito quota. L'autrice si destreggia abilmente fra i vari personaggi e le loro vicende, regalando al lettore scene adrenaliniche, intense, che si scolpiscono nella memoria.
La sapiente penna di Diana Jett si infila, per descriverle, fra le pieghe dell'animo della protagonista, Jade, rivelandone tutta l'umana vulnerabilità, nel suo rapporto con l'amatissima sorella Leslie e in quello povero e conflittuale con la madre Delia; con sensibile partecipazione ci avvicina a personaggi come Sam, disegnatore di successo che imbocca la strada dell'autodistruzione, vivendo senza fissa dimora nei bassifondi cittadini, e ci conduce per mano nel mondo di Sookie, moglie infelice che si crede tradita. Lo fa con trepidazione e la sua prosa, così forte nel descrivere truculenti omicidi e aberrazioni, si trasforma in una carezza, in un "ci sono", "ti vedo", "partecipo al tuo dolore".
Fra libri di magia, negromanti, sette sataniche, riti vudù, sacrifici umani e i poteri paranormali, volti al bene, di Jade, il lettore non ha certo il tempo di annoiarsi. 
Il mondo dell'occulto, misterioso e inquietante, raccoglie adepti anche fra gli insospettabili attirando come una calamita gli animi più  deboli, desiderosi di potere e di denaro o mossi dall'odio e dall'invidia che come la sete di vendetta possono accecare chi le prova, cancellando ogni scrupolo di coscienza e ogni remora.
Diana Jett con le sue vicende ci mostra che, proprio perché l'essere umano è schiavo delle sue passioni e sommamente corruttibile, nessuno è come sembra e il male ha gioco facile calpestando vincoli d'amicizia e d'affetto.
Il finale è caratterizzato da un paio di colpi di scena ben congegnati che lasciano senza fiato il lettore, ma prima che questa storia si chiuda l'autrice, per fare il punto della situazione, si sofferma su alcuni personaggi, sulle loro esistenze. 
Come accade nella vita, per alcuni di loro ci sarà il lieto fine, per qualcuno invece no. Diana Jett sospende il giudizio e fra le righe di questo  giallo, fluido e ben strutturato, che accoglie punte di horror e di thriller, ci invia un messaggio che suona pressappoco così: "Per giudicare un uomo bisogna conoscere almeno il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni", come direbbe Balzàc. 
A che pro giudicare, quindi? 
"Gli occhi dell'abisso" di Diana Jett si rivela romanzo antropocentrico, ricco di umanità e risvolti psicologici, che avvince il lettore coinvolgendolo in un turbillon di eventi, azione e colpi di scena, degno del più consumato degli scrittori.