martedì 22 settembre 2020

"Sì può?" di C. L. Lelli


 

Di libri sul lockdown ne sono stati scritti tanti, ma “Si può?” di C. L. Lelli si distingue per lo stile brillante, brioso e spumeggiante supportato dall’innegabile senso dell’umorismo della sua autrice. Nessun tono cupo, ma solo amore per la vita, gioiosità e simpatia, anche se il tema farebbe presagire tutt’altro. Contiene due racconti: “Virus a due” e “Tanto siamo in casa”. Il primo narra la storia  di due perfetti estranei conosciutisi in chat, Giulia e Luca, in un’epoca, quella attuale, nella quale la tecnologia imperversa condizionando anche i rapporti uomo/donna. Appartengono a due regioni diverse. A spostarsi è lei per un fine settimana che si rivelerà all’insegna dell’imprevisto. Il lockdown infatti la sorprende a casa del "bello sconosciuto", ricercatore in biologia e skipper per hobby, impedendole di fare ritorno nella sua città. La vicenda viene narrata da due punti di vista distinti, quelli dei due personaggi e l’autrice dimostra di sapersi calare perfettamente sia nella psicologia maschile che in quella femminile. Non manca il malinteso che rovescerà le sorti dell’incontro rimescolando le carte in tavola e preparando un finale a sorpresa. Va riconosciuta a C. L. Lelli la capacità di creare personaggi credibili, ricchi di umanità, con le loro fragilità, il loro bagaglio di esperienze, il bisogno inconfessato d’amore. Entrano nel cuore del lettore suscitando simpatia in maniera del tutto naturale e lì rimangono. “Tanto siamo in casa”, il secondo racconto contenuto in “Si può?”, invece, parla di una giovane donna alla ricerca di una collocazione lavorativa stabile che, pur di lavorare, accetta di fare la stagione come animatrice presso una struttura ricettiva di una regione diversa dalla propria. Come avrete già intuito, anche in questo caso verrà bloccata dal lockdown. In questa storia, a differenza di quella precedente, il tema dominante non è l’amore, ma la ricerca del proprio posto del mondo, in una società che offre ben poco. Anche in questa vicenda il lockdown gioca un ruolo di tutto rispetto. Grazie ad esso, Meri, la protagonista, si ritroverà a passare tanto tempo libero con i suoi colleghi, Lorenzo e Tiziana, bloccati come lei dal decreto in una regione diversa dalla propria, scoprendone sogni, talenti, aspirazioni e difficoltà. Un’occasione preziosa dal punto di vista umano che aiuterà la protagonista a rispolverare i suoi sogni donando nuovi stimoli al suo incerto futuro. L’autrice, in questo racconto, dà un certo peso alle dinamiche familiari. Nel caso di Meri ad esempio dà risalto al rapporto intenso ma conflittuale con il padre, fonte di incomprensioni e insicurezze, ma anche al patrimonio di valori che una "famiglia vecchio stampo" può regalare: l’onestà, la lealtà, il senso del dovere. C. L. Lelli sfiora questi temi di spessore con un’efficacia e una levità sorprendenti, senza mai calcare la mano, in punta di piedi, sorprendendo il lettore e congedandosi da lui con un messaggio di speranza nei rapporti umani e nella vita. Leggendo “Si può?” vi farete strappare più di un sorriso e, aspetto non scontato, vi scoprirete a riflettere su temi quali la condivisione, i rapporti familiari, la situazione giovanile, il ruolo della tecnologia nella società odierna, l'amore e tanto altro ancora.

Da leggere.

lunedì 21 settembre 2020

Intervista alla scrittrice e poetessa Adriana Pedicini, mutuata dal gruppo Facebook "Editing, Libri e.. Disastri"

 

1) Adriana, benvenuta! Parlaci un po’ di te, innanzitutto, come persona. Chi è Adriana Pedicini? Qual è la tua caratteristica distintiva?


Ciao, Daisy. Sono una docente di liceo in pensione, ma non tanto dal momento che non ho lasciato i miei cari studi, seguo i nipoti alunni liceali e ho ancora contati con gli ex alunni ormai professionisti.

2) Una tua peculiarità a livello caratteriale?

Mi dicono che sono tenace, se mi impegno in qualcosa resisto a qualunque difficoltà pur di portarla a termine.. ma ciò si vede anche nei fatti personali legati alla salute. Sarei dovuta morire già tante volte di paura e sgomento per dei mali contro cui lotto e a cui non permetto di bloccare la mia vita. Finché ciò sarà possibile.

3) Sei un esempio di coraggio. Complimenti!

 Beh.. il coraggio non è una conquista facile, ma è l'unico modo per sopravvivere a certe situazioni. S'impara anche ad essere coraggiosi. 

4) Cosa ci dici, invece, di te come autrice? Quando e come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura?

Un'altra mia caratteristica, dote se vuoi, ma anche fonte di sofferenza, è la capacità di osservare sia il mondo interiore, sia quello che capita all'esterno. Pertanto il mio incontro con la scrittura è stato innanzitutto un incontro con me stessa per sondare e leggere tutto ciò che dentro mi "ruggiva". Poi c'è stato l'incontro con la memoria, quando, dopo la morte di mia madre, ero ancora una ragazza, ho avvertito la necessita di raccontare, quasi a voler fermare il tempo o per paura che il tempo affievolisse la memoria. Nacquero così i primi racconti, confluiti dopo moltissimi anni nel mio primo libro di narrativa, I luoghi della memoria. Poi sono tornata alla poesia per accompagnare il mio cammino nella malattia con il libro Sazia di luce e infine, poiché tutto ha un termine, dunque anche la vita, mi sono ostinata a cercare il senso di questo nostro esistere, nel libro Il fiume di Eraclito, avendo più tempo a disposizione, grazie alla cessazione della professione. Questa silloge poetica è la mia ultima raccolta, dal momento che la silloge inedita giace nel cassetto in attesa di un buon editore.

5) Parliamo ora della silloge. Innanzitutto, come è nata e perché questo titolo?

Come dicevo il bisogno di inseguire risposte che purtroppo non vengono, nonostante l'incalzare delle domande sulla nostra esistenza. Ciò però non elimina, anzi rende ancor più evidente la precarietà della vita, nonché la brevità, e il fatto che tutto proceda, scorra come un fiume, sicché possiamo solo attingere dei moniti, i perché ci sfuggono, e un monito fondamentale sicuramente è quello a non sprecare il tempo, a vivere ogni giorno intensamente, perché il tempo non ritorna indietro, a dare valore solo a ciò che merita. Insomma a elevare il tenore morale e spirituale della nostra esistenza

6) La silloge, infatti, affronta temi di spessore quali: la sofferenza come strumento di elevazione, vivere come atto imposto, l’angoscia esistenziale che ne deriva e anche l’atteggiamento verso la morte. Vuoi accennarci qualcos'altro, in merito? 

Beh, come dicevo, la vita è un fascinoso mistero e nelle poesie ne esamino gli aspetti che pur se partono da occasioni di riflessione personale, credo siano di interesse universale, giacché la poesia parla sempre a tutti, quando non sia espressamente autobiografica. Pertanto se le occasioni del fare poesia possono essere personali, lo sviluppo della materia poetica assume i contorni della universalità. Infine ognuno che legga può aggiungere o togliere alla mia sensibilità elementi propri del lettore. 

7) La poesia come linguaggio universale... ma, se fossi costretta a scegliere fra prosa e poesia, Adriana, come mezzi d'espressione, quale sceglieresti?

8) Ti risponderò citando la poesia introduttiva che sintetizza quello che ho detto: Istantanee di vita/ a fermare il tempo/amore della vita/che lenta scivola nel rimpianto/timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla/. Crogiolo di mille domande/sulle ali di una farfalla. E aggiungo: Mi affascina di più la poesia per la caratteristica che le è propria, la rapidità dell'intuizione e la personalità del linguaggio poetico. Mi diverte comunque narrare, perché mi appassiona soprattutto la narrazione che attiene all'indagine psicologica e alla caratterizzazione di ambienti, tempi ecc.

9)I tuoi sono scritti antropocentrici, quindi, caratterizzati da una forte componente introspettiva.

Credo sia dovuto a una mia predisposizione che ha avuto la sua linfa dagli studi classici, che ho amato e che amo, fonte inesauribile di formazione e affinamento della sensibilità. Poi, avendo per circa 40 anni insegnato ciò, non me la tolgo più di dosso questa patina. E dire che c'è qualche presunto lettore colto, non dico critico, che disapprova il tono forse alquanto elevato dello scrivere, non dico retorico, perché la congerie di autori e libri che imperversano oggi scrive come parla. Orrido! Per carità ognuno è libero... però non diciamo che è letteratura. Inoltre, l'arroganza e la presunzione sono all'ordine del giorno. La poesia, come in genere la letteratura, è umile.

10) Ne sono pienamente convinta. L'arte in sé è pura e la sua stessa purezza dovrebbe caratterizzare gli artisti.

Forse non è il caso di entrare in un campo minato quale quello degli artisti autentici, o creati a tavolino per meri fini economici, spalleggiati da case editrici o uomini potenti che ne spianano la strada... Preferisco stare nel mio angolino e essere indenne dal vizio del clientelismo che deturpa anche il mondo dell'arte in genere. Leggevo di robaccia pubblicata da una storica e nobile casa editrice. Non c'è più religione? Aggiungo solo questo: si sente la mancanza di critici seri e preparati. Qualcuno se ne sta nel suo privato e capisco anche il perché. 

12) C'è qualcos'altro che vorresti aggiungere a questa intervista, Adriana?

Credo di no. Chi volesse ancora sapere può cercarmi su Google o Youtube. Chi volesse dei libri può benissimo chiedermeli in privato o scrivendo alle case editrici. Forse solo un'ultima cosa. Durante il lockdown ho guidato, davvero con tenacia, un gruppo di 6  autori compresa me, ed è nato un romanzo, Il tempo sospeso, Edizioni Mnamon che è reperibile su Amazon e gli altri store on line. 

13) Bene, quindi, insieme alla silloge di poesie Il fiume di Eraclito, segnaliamo anche il romanzo Il tempo sospeso di Adriana Pedicini. Vuoi citare gli altri autori de Il tempo sospeso, Adriana?

Certo, molto volentieri! Graziella Bergantino, Giuliana Caputo, Giovanna Reveruzzi, Lidia Santoro, Giulio Miele e ovviamente la sottoscritta. Scrivere Il tempo sospeso è stato un modo per non rendere del tutto infruttuoso quel periodo davvero pesante. Tra l'altro è contestualizzato con il periodo e la protagonista coglie il pretesto della quarantena per abbandonare la famiglia e tornare al suo paese d'origine per rifarsi una vita. Ma dopo un travaglio interiore tremendo e deludenti esperienze,  ritorna, con una nuova prospettiva di vita e maggiore maturità, alla casa dove l'aspettano marito e figlio. 

14) Molto interessante, come tutti gli argomenti che hai affrontato nel corso di questa intervista. Grazie, Adriana, è stato un piacere e un onore parlare con te.


lunedì 31 agosto 2020

"Non era il mio cane" di Gabriella M. Ronchi


 

"Non era il mio cane" è una storia ricca di sentimento, l’ennesima testimonianza della sensibilità  della scrittrice e poetessa Gabriella M. Ronchi. Un racconto, questo suo, che tocca le corde più sensibili del lettore partendo dall'amore per un cagnolino, Ringhio, in realtà non proprio ma che col tempo diverrà come tale. Infatti, grazie a una quotidianità condivisa, durante le vacanze, nella casa di campagna della protagonista, Camilla, fra il vivace quattrozampe e la donna si instaurerà un legame speciale.

In “Non era il mio cane”, Camilla rievoca in maniera toccante il suo passato,  le sue radici familiari introducendoci con semplicità e naturalezza nel suo mondo, fatto di legami familiari, di gioie semplici e di amore per la  natura e per la vita.

Nella narrazione a un certo punto si inserisce la struggente storia di una badante marocchina, Karima,  segnata da una serie di vicissitudini, di sacrifici  e caratterizzata da una grande voglia di riscatto. Questa figura dà il là all'autrice per toccare il tema del razzismo e dell’emarginazione, piaghe che andrebbero combattute, perché giudicare un essere umano in base a dei pregiudizi è quanto di più ingiusto possa esserci al mondo. Il  personaggio di Karima offre anche l'occasione per parlare della condizione femminile, della violenza di genere, di come un’unione nata con le migliore speranze, come quella di Karima con suo marito, possa trasformarsi in un incubo.

Le ultime pagine grondano sentimento e nostalgia, preparate i fazzoletti, se avete il cuore tenero. L’autrice dimostra di saper parlare perfettamente il linguaggio del cuore e, con uno stile semplice ma incisivo, fa commuovere il lettore toccando con innegabile maestria tasti che sono universali,

“Non era il mio cane” di Gabriella M. Ronchi è una lettura intrisa di delicatezza, un amarcord che mi sento di consigliarvi, certa  che vi scalderà il cuore.

martedì 4 agosto 2020

"Gli occhi dell'abisso" di Diana Jett

Dopo un incipit morbido e delicato, che farebbe pensare all'avvio di un romanzo di tutt'altro genere,  Diana Jett sorprende il lettore sbattendogli in faccia le efferate imprese di uno spietato serial killer, "La Bestia", che uccide le sue vittime con un bacio tagliando loro la lingua.
La trama con le sue vicende si snoda fra il Texas dove vive Jade, brillante profiler dell'FBI, e la musicale patria del jazz New Orleans, sua città d'origine.
Supportata da uno stile fluido, scorrevole, la narrazione prende subito quota. L'autrice si destreggia abilmente fra i vari personaggi e le loro vicende, regalando al lettore scene adrenaliniche, intense, che si scolpiscono nella memoria.
La sapiente penna di Diana Jett si infila, per descriverle, fra le pieghe dell'animo della protagonista, Jade, rivelandone tutta l'umana vulnerabilità, nel suo rapporto con l'amatissima sorella Leslie e in quello povero e conflittuale con la madre Delia; con sensibile partecipazione ci avvicina a personaggi come Sam, disegnatore di successo che imbocca la strada dell'autodistruzione, vivendo senza fissa dimora nei bassifondi cittadini, e ci conduce per mano nel mondo di Sookie, moglie infelice che si crede tradita. Lo fa con trepidazione e la sua prosa, così forte nel descrivere truculenti omicidi e aberrazioni, si trasforma in una carezza, in un "ci sono", "ti vedo", "partecipo al tuo dolore".
Fra libri di magia, negromanti, sette sataniche, riti vudù, sacrifici umani e i poteri paranormali, volti al bene, di Jade, il lettore non ha certo il tempo di annoiarsi. 
Il mondo dell'occulto, misterioso e inquietante, raccoglie adepti anche fra gli insospettabili attirando come una calamita gli animi più  deboli, desiderosi di potere e di denaro o mossi dall'odio e dall'invidia che come la sete di vendetta possono accecare chi le prova, cancellando ogni scrupolo di coscienza e ogni remora.
Diana Jett con le sue vicende ci mostra che, proprio perché l'essere umano è schiavo delle sue passioni e sommamente corruttibile, nessuno è come sembra e il male ha gioco facile calpestando vincoli d'amicizia e d'affetto.
Il finale è caratterizzato da un paio di colpi di scena ben congegnati che lasciano senza fiato il lettore, ma prima che questa storia si chiuda l'autrice, per fare il punto della situazione, si sofferma su alcuni personaggi, sulle loro esistenze. 
Come accade nella vita, per alcuni di loro ci sarà il lieto fine, per qualcuno invece no. Diana Jett sospende il giudizio e fra le righe di questo  giallo, fluido e ben strutturato, che accoglie punte di horror e di thriller, ci invia un messaggio che suona pressappoco così: "Per giudicare un uomo bisogna conoscere almeno il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni", come direbbe Balzàc. 
A che pro giudicare, quindi? 
"Gli occhi dell'abisso" di Diana Jett si rivela romanzo antropocentrico, ricco di umanità e risvolti psicologici, che avvince il lettore coinvolgendolo in un turbillon di eventi, azione e colpi di scena, degno del più consumato degli scrittori.

mercoledì 29 luglio 2020

Nomi noti: "La figlia oscura" di Elena Ferrante

Buongiorno, cari amici.
Come prosegue per voi questa calda estate?
Io, nei ritagli di tempo, mi sto dedicando alla lettura. Non l'avreste mai detto, eh?
In genere, in qualità di cacciatrice di storie d'inchiostro, mi diletto a leggere soprattutto autori non ancora affermati.
Navigo nelle varie librerie on line, vengo catturata da una copertina, da una trama e, nel giro di qualche ora, o di qualche giorno, a seconda degli impegni che ho, leggo e RECENSISCO. 
Voglio sottolinearlo, perché purtroppo non è sempre così scontato che chi legga un libro spenda qualche minuto del suo prezioso tempo per lasciare la propria recensione. Questo è un vero peccato, soprattutto per gli emergenti che hanno bisogno di riscontri per proseguire nell'arduo cammino della scrittura, ragion per cui, da qualche settimana a questa parte ho preso l'abitudine di riportare proprio tutte le mie recensioni anche sul mio profilo social facendole precedere da questa frase: "Ho letto questo libro e mi è piaciuto", oppure, al contrario, "Ho letto questo libro e non mi è piaciuto". 
Non leggo solo emergenti, soprattutto per lavoro ma anche per puro piacere, ma ovviamente anche scrittori affermati. Negli ultimi mesi, ad esempio, ho fatto un'indigestione di giallisti, nostrani, inglesi e d'oltre oceano.
Per variare,ieri, con le migliori intenzioni, invece, ho scaricato sul mio e-reader la "La figlia oscura" di Elena Ferrante,  che tutti, anche chi non legge mai, conoscono se non altro per la serie televisiva ispirata al suo romanzo "L'amica geniale", e... delusione!
Ho letto  "La figlia oscura" di Elena Ferrante  e non mi è piaciuto!
Qualcuno urlerà allo scandalo. La Ferrante? Ma ci rendiamo conto? Come osi? 
La sua prosa è ineccepibile e riesce a raggiungere punte di lirismo notevoli, ma ci sono vari "ma", cari miei.
Un romanzo degno di questo nome dovrebbe pure avercela una trama... e "La figlia oscura" ne è totalmente  sprovvisto. 
A metà lettura avrei voluto abbandonare l'impresa (perché tale è stata...), ma mi sono imposta di proseguire fino all'ultima pagina, e... niente. Buio assoluto. A un certo punto,  ho perfino sperato in un lampo di genio da parte di questa scrittrice che spezzasse la monotonia delle sue per me inutili pagine. Mi è sembrato di intravedere un guizzo, un indizio di svolta. Appunto... "mi è sembrato", ma ora bando alle ciance. 
Ecco la mia sintetica ma eloquente recensione, che non anticipa niente al lettore, ma è molto chiara nei suoi giudizi:
(Due stelle su cinque")
"La psicologia lasciamola ai saggi.
Questo libro della Ferrante è senza trama e senza storia.
Molto ben scritto ma niente di più.
Noioso, pesante, cervellotico perde l'occasioni di riscattarsi anche nel finale.
Gli spunti di riflessione sul rapporto madre/figlia che fornisce sono banali, alla portata perfino di un adolescente, così come quelli sul ruolo femminile nella società."

E voi avete letto questo libro?
E, se l'avete letto, cosa ne pensate?




mercoledì 22 luglio 2020

L'angolo della recensione: "Uno che dove va non ritorna" di Mario Di Desiderio

Proprio in questi giorni sul mio profilo Facebook riflettevo sulla differenza fra fama e talento. 
Oggigiorno, purtroppo, spesso non vanno di pari passo, almeno per quanto riguarda la realtà del nostro Paese.
 Lo so, gli snob della lettura non saranno d'accordo con me. Mi riferisco a chi sale sul carro dei vincitori e legge e recensisce (se lo fa) solo i grandi nomi, perché così va sul sicuro, si uniforma alla massa. Del resto, usare  il cervello comporta fatica e, soprattutto, per usarlo, il cervello, bisognerebbe avercelo. 
Ci sono successi  costruiti a tavolino, sovente spinti da scambi di favori a certi livelli che si traducono in eccellenti campagne di marketing,  e penne geniali che languono nell'oscurità, o meglio, sepolte negli store on line.
Mario Di Desiderio non ha conquistato  le luci della ribalta, ma dei lettori  hanno impiegato un po'del  loro tempo per recensire le sue opere. Di una delle due, mi sembra che su Amazon siano sparite parecchie recensioni, fra le quali sicuramente anche la mia. 
Io le ho lette entrambe: "Con l'anima ai denti" e "Uno che dove va non ritorna".
Titoli ben congegnati, fuori dagli schemi come  i suoi personaggi e, ci scommetterei, come lui. Si tratta di una deduzione, perché su questo autore non sono riuscita a reperire informazioni nel web. Niente di niente.
Anzi, se qualcuno di voi ne sa qualcosa, è pregato di contattarmi. La curiosità è troppa...
Ma veniamo al suo romanzo dal titolo "Uno che dove va non ritorna", storia originale, come il suo protagonista, Poulson, quarantenne, ateo, di origine scandinava, che ruota intorno al senso della vita e, almeno agli inizi della narrazione, agli inquietanti interrogativi sulla morte.
La prosa è scorrevole, la trama fuori dagli schemi e ricca di spunti di riflessione.
Nella vita vince chi non è schiavo dell'opinione dei più e non si accontenta di modelli precostituiti; si può essere una famiglia anche senza che ci uniscano legami di sangue; non si può ricavare autentica soddisfazione da un'esistenza basata su vedute ristrette e interessi egoistici. Queste alcune delle considerazioni solo apparentemente scontate che affiorano nel corso della lettura.
Mario di Desiderio con questa sua opera si conferma, a mio parere, "narratore di razza". Con precisione chirurgica, fotografa gli stati d'animo dei suoi personaggi, le loro manie, i dubbi, le contraddizioni. 
Di lui ho apprezzato almeno in uguale misura anche "Con l'anima ai denti". Di Desiderio ha il grande pregio di creare personaggi atipici e al contempo "veri" scavando in maniera magistrale nella loro interiorità fino a renderli estremamente familiari al lettore.
Mi domando come mai di un autore così in gamba non si sappia nulla. Vi avverto.Come tutti gli autori dotati di forte personalità potrà solo o piacervi tantissimo o non piacervi affatto.


 Certo è che emerge dalla massa, e io ve ne consiglio volentieri la lettura.

lunedì 20 luglio 2020

"Bagliori di vita" di Daniela Biancotto: un'anima a nudo





“Ciò che caratterizza le grandi passioni è l'immensità degli ostacoli da superare e l'oscura incertezza dell'evento.” (Stendhal)

Una passione amorosa che brucia come il fuoco travolgendo tutto ciò che incontra e si alimenta della sua stessa fiamma che inevitabilmente affonda le radici nel dolore (πάθος, in greco significa sofferenza ma anche emozione), oscillando, come un pendolo impazzito, fra esaltazioni e abbattimenti: questo è quanto troviamo nei versi della Biancotto in “Bagliori di vita”, silloge nella quale l’autrice mette completamente a nudo l'anima di Anna, suicida per amore e protagonista di un suo romanzo, al momento inedito.

Spietata, più raramente amica di sé stessa, Anna è la sua giudice più inflessibile, pronta a criticarsi senza un briciolo di compassione, abbandonandosi, nella misura in cui si sente abbandonata, crocifiggendosi per “colpe” più immaginarie che reali.

“Mi sento come un cane randagio ferito dalla vita” dice di sé Anna; e ancora “una donna stupida, legata ai dolci ricordi di attimi fuggenti e bugiardi”.

La passione, per sua stessa natura non conosce vie di mezzo, e lei, nella sua mente, ne trasforma l’oggetto, a seconda dei suoi comportamenti, ora in un angelo ora in un essere umano “superficiale come una piuma, egoista come la morte.”

Daniela Biancotto fruga e scava nell’archivio della  vita di Anna ripercorrendone eventi e fasi salienti: sposa felice, madre adottiva, moglie infelice e donna separata, nonna, innamorata solo a tratti corrisposta, per giungere alla conclusione di aver sempre patito una carenza d’amore. In qualità di essere sensibile ne ha un bisogno estremo e la sua mancanza è forse atavica, come remoto e forse insanabile è lo strappo che ha aperto in lei una voragine.

Così, quando la disperazione si fa abissale, si spinge insanamente a invocare la morte, che le appare nelle ingannevoli vesti di una presenza “silenziosa e amorevole”.

Qualche lirica sembra quasi il duplicato di un’altra, come, del resto, ripetitiva, perché ossessiva, è la passione amorosa quando tracima valicando gli argini della sopportazione, a rigirare il coltello nella piaga.

Eppure fra i  versi che narrano il percorso di questo personaggio immaginario, si intravedono “bagliori di vita”: nel suo desiderio di amare, nell’ebbrezza dei sensi, nell’amicizia come conforto, nell’affetto che l’unisce ai suoi animali domestici, nell’amore per la natura. Vi si avverte un anelito di speranza, il battito di un cuore che, pur immerso nella disperazione, continua a fremere.

La poetessa Daniela Biancotto fa ricorso a metafore e similitudini suggestive, comunicando con estrema efficacia emozioni e sentimenti, disperazione e ansia di vivere o di morire, e trascinando il lettore in gorghi emozionali che lo travolgono nell’esatta misura in cui è l’autrice stessa a scoprirsi travolta dando vita al personaggio di Anna.

Da leggere.






Daniela Biancotto