mercoledì 14 ottobre 2020

"PANCHINE, SCATOLE E RANOCCHI" DI C.L.LELLI


È una storia d’amore godibile e ricca di senso dell’umorismo quella che l’autrice bolognese C.L.Lelli ci regala col suo nuovo racconto. La protagonista è una quarantenne dalla vita affettiva disastrata, reduce da un lungo e sfortunato rapporto, che decide di passare l’estate nella solita località di villeggiatura, sulla riviera romagnola.  Vi si reca da sola, senza genitori e lì il destino le serve su un piatto d’argento un incontro inatteso e molto intrigante che sovvertirà certe sue convinzioni.

Attratta dalla New Age, dai fiori di Bach, dall’aromaterapia, Amalia è una donna troppo buona, una di quelle di cui parla nel suo celeberrimo libro Renate Göckel, che finiscono inevitabilmente per fare da zerbino sia sul lavoro che nei rapporti di coppia. Una yes woman, per intenderci, tanto gradita per la sua arrendevolezza, che però, facendo un grosso lavoro su se stessa, ha imparato a essere più assertiva.

Questa donna dotata di buon cuore, pronta a farsi in quattro per lo sfortunato/a di turno, ha una mentalità aperta, priva di pregiudizi, convinta come è che in ogni essere umano si celi una componente di diversità e che questa, lungi dal rappresentare un difetto, costituisca una risorsa. 
Ha un "amico storico", gay, creativo, vero esempio di tenacia, almeno sfortunato quanto lei in amore, con il quale ha conservato un rapporto colmo di cameratismo adolescenziale e tenerezza.

L’autrice riesce a creare personaggi dal grande spessore umano, simpatici per i loro difetti, indimenticabili per le loro virtù. Un’operazione, questa, che le riesce splendidamente e, si sospetta, senza sforzo alcuno, come se i suoi personaggi, prima ancora di diventare amici del lettore, fossero entrati nel suo di cuore. Del resto si distinguono dalla massa informe e omologata, perché volano alto, come solo le persone dalle larghe visioni e particolarmente sensibili sanno fare, andando oltre le banalità e le apparenze.

La storia procede con un ritmo vivace e brillante. Vi si parla pure di disabilità, rapporti familiari, legami indissolubili, volontariato, magia dell’infanzia, librerie viventi, miracoli operati dai sentimenti, amore per la vita e per se stessi … ma anche dei mitici anni Ottanta con la loro musica, dei juke-box, dei divertimenti semplici di quell’epoca, e ancora, di panchine memorabili, di scatole mai chiuse, di ranocchi nei quali infilare biglietti per dare voce ai propri pensieri. L'autrice lo fa con una fantasia e una dolcezza tali che vi porteranno a riscoprire quell’angolo di sogno e di innocente spontaneità che troppo spesso dimentichiamo, travolti dai ritmi sempre più serrati di questa società frenetica e spietata, che fagocita la parte più vera e più pura di ognuno di noi.

Da leggere.

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lunedì 5 ottobre 2020

Intervista a Stefano Pancaldi su "Storia di una suora inquietante e di un professore"

Benvenuti all'appuntamento con la rubrica "La parola a..."

Oggi sarà nostro ospite l'autore Stefano Pancaldi con il suo romanzo "Storia di una suora inquietante e di un professore".


1) Ciao, Stefano. Per cominciare una domanda quasi inevitabile. Parlaci un po’ di te. Chi è Stefano Pancaldi?

Grazie per questa bellissima opportunità. Faccio tante cose e molto diverse tra loro: scrivo, leggo, faccio il prof di lingue, traduco documenti e faccio tanta palestra. Ho dei brevetti da istruttore sportivo, tra cui Zumba. Insomma, sono uno che fa un sacco di roba. Ah, già, viaggio pure tantissimo!  Mi piace fare tantissime esperienze, non sto mai fermo!

2) “Storia di una suora inquietante e di un professore” è un romanzo romantico, grottesco e di denuncia sociale. Vuoi illustrarci queste sue caratteristiche?

Si tratta di un romanzo romantico, perché, come si dice con una frase fatta, alla fine l'amore trionfa", è un romanzo romantico, perché racconta del profondo amore che il protagonista ha ricevuto, soprattutto dai nonni e dell'amore che lui ha per la scuola e l"insegnamento. È un romanzo grottesco, perché narra di situazioni estreme, spinte al parossismo, che fanno ridere amaramente e pensare. È un romanzo di denuncia sociale, perché racconta dell'odio verso i proletari, perché racconta dell'odio verso la scuola, in una realtà, quella delle scuole private, che non è abbastanza conosciuta o la cui percezione è troppo spesso distorta da pregiudizi, positivi o anche negativi.

3) In che senso distorta da pregiudizi, Stefano?

Chi è accecato da pregiudizi favorevoli descrive questi luoghi come se fossero un Eldorado, perché sono frequentati da persone di classe sociale medio-alta, infischiandosene degli abusi che vengono commessi troppo spesso a danno dei lavoratori e dell'indottrinamento bigotto, basato sulla menzogna, che viene impartito. Chi vede tutto perfetto ignora anche violazioni macroscopiche di leggi, che avvengono in questi ambienti. Chi è accecato da pregiudizi negativi pensa che gli alunni siano tutti ignoranti e fighetti, pensa che non si impari assolutamente nulla, visto che i criteri di valutazione sono più laschi, a volte, rispetto alle pubbliche. un mondo sfaccettato, che segue regole diverse, per molti aspetti, rispetto alla scuola pubblica, come se si trattasse di uno stato diverso, godendo dell'indulgenza anche di grande parte della politica. La novità degli ultimi venti anni è rappresentata dal fatto che è stata la stessa "sinistra" a incominciare a finanziare la scuola privata, andando contro all'articolo 33 della Costituzione. Tutti i cittadini, credenti e non credenti, finanziano con le loro tasse, la scuola di una parte. A Bologna, la mia città, c'è stato un referendum su questo tema, nel quale hanno prevalso i contrari al finanziamento pubblico, ma il sindaco del Pd ha deciso di non tenerne conto. Se quel sindaco fosse stato di un partito di destra, sarebbe stato stroncato, accusato di essere antidemocratico e fascista. Sono crollati i principi base della sinistra, tra cui quello della laicità dello stato.

4) Ora, parlaci della suora inquietante, uno dei personaggi cardine del tuo libro.

La suora inquietante è un personaggio decisamente affascinante, pervaso dall'odio verso per il prossimo, specialmente per chi non è ricco, ma anche da un grande amore per il denaro, le armi e le moto. È un personaggio che è come lo vedi, ma che gli altri non vogliono vedere nella sua sostanza reale, quella di una persona malvagia, forse perché gli altri sono indulgenti verso di lei, perché è una suora. È un personaggio affascinante, che ha fatto sorgere a me e a diversi lettori domande su come  abbia fatto a diventare così e su quali sarebbero potuto essere gli sviluppi di una storia come la sua. Per questo motivo, qui lo anticipo, tra dicembre e gennaio uscirà un nuovo romanzo, che cercherà di dare almeno alcune risposte a me e ai lettori, ma che forse porrà anche nuove domande.

5) Che ci dici, invece, del professore e dell’alunna russa? Che caratteristiche hanno?

Il professore dona ai ragazzi l'immenso amore che ha ricevuto, soprattutto dai nonni. Il professore è sempre lo stesso ragazzino che disse "sarò un insegnante", quando tanti ragazzini vogliono fare il calciatore, il cantante, l'influencer. La ragazza russa è una sorta di naufraga, bisognosa di amore, in fuga da quel Titanic che è la sua famiglia, dove pensano che tutto si compri con i soldi. È un'anima fragile e inquieta, ma, in fondo lo è anche il professore, anche se cerca di celarlo.

6) E cosa puoi dirci, invece, degli altri personaggi?

Li amo tutti, ma adesso mi viene da pensare a Marco, un bambino che compare nella vita del professore in una notte di tempesta. Ha paura del temporale e gli chiede rifugio. È un angelo del bene, con grandi occhi azzurri e tanta intraprendenza. Forse rappresenta proprio la bellezza della vita, che si manifesta, spesso, quando meno ce lo aspettiamo.

7) La tua è una storia distopica, per certi versi kafkiana. Vuoi approfondire questo aspetto?

Sì, è la rappresentazione di una realtà negativa per eccellenza, che sembra essere senza alcuna via di scampo, ma in cui si apre qualche crepa, grazie a queste anime sensibili e positive, che rimettono in discussione, almeno in parte, uno stato di cose basato sulla perversione negativa e la bruttezza assoluta.  C'è una lampadina che illumina, almeno un po' le tenebre. Questa lampadina è tenuta accesa da queste persone positive, che ci dicono che la storia non è finita, che non hanno vinto definitivamente i cattivi.

8) Se volessi invogliare qualcuno all’acquisto di questo tuo libro, cosa gli diresti?

Gli direi che è un libro originale, gli direi che si ride, si pensa e ci si emoziona leggendolo.

9) A questo punto, cosa vorresti aggiungere in chiusura d’intervista, Stefano, oltre a dirci dove è acquistabile il tuo libro?

Vorrei che altri ancora leggessero il mio libro, ma vorrei soprattutto che servisse per pensare, che continuasse a essere uno stimolo. È un libro che può essere letto in tanti modi diversi, che può piacere anche a vari tipi di pubblico.  Lo potete trovare sui canali classici come Amazon, libreria universitaria, ma anche libreria del Santo, ma pure ordinandolo a me.

Bene, allora ricordiamone il titolo: "Storia di una suora inquietante e di un professore", di Stefano Pancaldi. Grazie, Stefano, per essere stato con noi, questa sera, e i migliori auguri per la tua prossima pubblicazione.

martedì 22 settembre 2020

"Sì può?" di C. L. Lelli


 

Di libri sul lockdown ne sono stati scritti tanti, ma “Si può?” di C. L. Lelli si distingue per lo stile brillante, brioso e spumeggiante supportato dall’innegabile senso dell’umorismo della sua autrice. Nessun tono cupo, ma solo amore per la vita, gioiosità e simpatia, anche se il tema farebbe presagire tutt’altro. Contiene due racconti: “Virus a due” e “Tanto siamo in casa”. Il primo narra la storia  di due perfetti estranei conosciutisi in chat, Giulia e Luca, in un’epoca, quella attuale, nella quale la tecnologia imperversa condizionando anche i rapporti uomo/donna. Appartengono a due regioni diverse. A spostarsi è lei per un fine settimana che si rivelerà all’insegna dell’imprevisto. Il lockdown infatti la sorprende a casa del "bello sconosciuto", ricercatore in biologia e skipper per hobby, impedendole di fare ritorno nella sua città. La vicenda viene narrata da due punti di vista distinti, quelli dei due personaggi e l’autrice dimostra di sapersi calare perfettamente sia nella psicologia maschile che in quella femminile. Non manca il malinteso che rovescerà le sorti dell’incontro rimescolando le carte in tavola e preparando un finale a sorpresa. Va riconosciuta a C. L. Lelli la capacità di creare personaggi credibili, ricchi di umanità, con le loro fragilità, il loro bagaglio di esperienze, il bisogno inconfessato d’amore. Entrano nel cuore del lettore suscitando simpatia in maniera del tutto naturale e lì rimangono. “Tanto siamo in casa”, il secondo racconto contenuto in “Si può?”, invece, parla di una giovane donna alla ricerca di una collocazione lavorativa stabile che, pur di lavorare, accetta di fare la stagione come animatrice presso una struttura ricettiva di una regione diversa dalla propria. Come avrete già intuito, anche in questo caso verrà bloccata dal lockdown. In questa storia, a differenza di quella precedente, il tema dominante non è l’amore, ma la ricerca del proprio posto del mondo, in una società che offre ben poco. Anche in questa vicenda il lockdown gioca un ruolo di tutto rispetto. Grazie ad esso, Meri, la protagonista, si ritroverà a passare tanto tempo libero con i suoi colleghi, Lorenzo e Tiziana, bloccati come lei dal decreto in una regione diversa dalla propria, scoprendone sogni, talenti, aspirazioni e difficoltà. Un’occasione preziosa dal punto di vista umano che aiuterà la protagonista a rispolverare i suoi sogni donando nuovi stimoli al suo incerto futuro. L’autrice, in questo racconto, dà un certo peso alle dinamiche familiari. Nel caso di Meri ad esempio dà risalto al rapporto intenso ma conflittuale con il padre, fonte di incomprensioni e insicurezze, ma anche al patrimonio di valori che una "famiglia vecchio stampo" può regalare: l’onestà, la lealtà, il senso del dovere. C. L. Lelli sfiora questi temi di spessore con un’efficacia e una levità sorprendenti, senza mai calcare la mano, in punta di piedi, sorprendendo il lettore e congedandosi da lui con un messaggio di speranza nei rapporti umani e nella vita. Leggendo “Si può?” vi farete strappare più di un sorriso e, aspetto non scontato, vi scoprirete a riflettere su temi quali la condivisione, i rapporti familiari, la situazione giovanile, il ruolo della tecnologia nella società odierna, l'amore e tanto altro ancora.

Da leggere.

lunedì 21 settembre 2020

Intervista alla scrittrice e poetessa Adriana Pedicini, mutuata dal gruppo Facebook "Editing, Libri e.. Disastri"

 

1) Adriana, benvenuta! Parlaci un po’ di te, innanzitutto, come persona. Chi è Adriana Pedicini? Qual è la tua caratteristica distintiva?


Ciao, Daisy. Sono una docente di liceo in pensione, ma non tanto dal momento che non ho lasciato i miei cari studi, seguo i nipoti alunni liceali e ho ancora contati con gli ex alunni ormai professionisti.

2) Una tua peculiarità a livello caratteriale?

Mi dicono che sono tenace, se mi impegno in qualcosa resisto a qualunque difficoltà pur di portarla a termine.. ma ciò si vede anche nei fatti personali legati alla salute. Sarei dovuta morire già tante volte di paura e sgomento per dei mali contro cui lotto e a cui non permetto di bloccare la mia vita. Finché ciò sarà possibile.

3) Sei un esempio di coraggio. Complimenti!

 Beh.. il coraggio non è una conquista facile, ma è l'unico modo per sopravvivere a certe situazioni. S'impara anche ad essere coraggiosi. 

4) Cosa ci dici, invece, di te come autrice? Quando e come è avvenuto il tuo incontro con la scrittura?

Un'altra mia caratteristica, dote se vuoi, ma anche fonte di sofferenza, è la capacità di osservare sia il mondo interiore, sia quello che capita all'esterno. Pertanto il mio incontro con la scrittura è stato innanzitutto un incontro con me stessa per sondare e leggere tutto ciò che dentro mi "ruggiva". Poi c'è stato l'incontro con la memoria, quando, dopo la morte di mia madre, ero ancora una ragazza, ho avvertito la necessita di raccontare, quasi a voler fermare il tempo o per paura che il tempo affievolisse la memoria. Nacquero così i primi racconti, confluiti dopo moltissimi anni nel mio primo libro di narrativa, I luoghi della memoria. Poi sono tornata alla poesia per accompagnare il mio cammino nella malattia con il libro Sazia di luce e infine, poiché tutto ha un termine, dunque anche la vita, mi sono ostinata a cercare il senso di questo nostro esistere, nel libro Il fiume di Eraclito, avendo più tempo a disposizione, grazie alla cessazione della professione. Questa silloge poetica è la mia ultima raccolta, dal momento che la silloge inedita giace nel cassetto in attesa di un buon editore.

5) Parliamo ora della silloge. Innanzitutto, come è nata e perché questo titolo?

Come dicevo il bisogno di inseguire risposte che purtroppo non vengono, nonostante l'incalzare delle domande sulla nostra esistenza. Ciò però non elimina, anzi rende ancor più evidente la precarietà della vita, nonché la brevità, e il fatto che tutto proceda, scorra come un fiume, sicché possiamo solo attingere dei moniti, i perché ci sfuggono, e un monito fondamentale sicuramente è quello a non sprecare il tempo, a vivere ogni giorno intensamente, perché il tempo non ritorna indietro, a dare valore solo a ciò che merita. Insomma a elevare il tenore morale e spirituale della nostra esistenza

6) La silloge, infatti, affronta temi di spessore quali: la sofferenza come strumento di elevazione, vivere come atto imposto, l’angoscia esistenziale che ne deriva e anche l’atteggiamento verso la morte. Vuoi accennarci qualcos'altro, in merito? 

Beh, come dicevo, la vita è un fascinoso mistero e nelle poesie ne esamino gli aspetti che pur se partono da occasioni di riflessione personale, credo siano di interesse universale, giacché la poesia parla sempre a tutti, quando non sia espressamente autobiografica. Pertanto se le occasioni del fare poesia possono essere personali, lo sviluppo della materia poetica assume i contorni della universalità. Infine ognuno che legga può aggiungere o togliere alla mia sensibilità elementi propri del lettore. 

7) La poesia come linguaggio universale... ma, se fossi costretta a scegliere fra prosa e poesia, Adriana, come mezzi d'espressione, quale sceglieresti?

8) Ti risponderò citando la poesia introduttiva che sintetizza quello che ho detto: Istantanee di vita/ a fermare il tempo/amore della vita/che lenta scivola nel rimpianto/timore della morte/ e nessun rimedio per fermarla/. Crogiolo di mille domande/sulle ali di una farfalla. E aggiungo: Mi affascina di più la poesia per la caratteristica che le è propria, la rapidità dell'intuizione e la personalità del linguaggio poetico. Mi diverte comunque narrare, perché mi appassiona soprattutto la narrazione che attiene all'indagine psicologica e alla caratterizzazione di ambienti, tempi ecc.

9)I tuoi sono scritti antropocentrici, quindi, caratterizzati da una forte componente introspettiva.

Credo sia dovuto a una mia predisposizione che ha avuto la sua linfa dagli studi classici, che ho amato e che amo, fonte inesauribile di formazione e affinamento della sensibilità. Poi, avendo per circa 40 anni insegnato ciò, non me la tolgo più di dosso questa patina. E dire che c'è qualche presunto lettore colto, non dico critico, che disapprova il tono forse alquanto elevato dello scrivere, non dico retorico, perché la congerie di autori e libri che imperversano oggi scrive come parla. Orrido! Per carità ognuno è libero... però non diciamo che è letteratura. Inoltre, l'arroganza e la presunzione sono all'ordine del giorno. La poesia, come in genere la letteratura, è umile.

10) Ne sono pienamente convinta. L'arte in sé è pura e la sua stessa purezza dovrebbe caratterizzare gli artisti.

Forse non è il caso di entrare in un campo minato quale quello degli artisti autentici, o creati a tavolino per meri fini economici, spalleggiati da case editrici o uomini potenti che ne spianano la strada... Preferisco stare nel mio angolino e essere indenne dal vizio del clientelismo che deturpa anche il mondo dell'arte in genere. Leggevo di robaccia pubblicata da una storica e nobile casa editrice. Non c'è più religione? Aggiungo solo questo: si sente la mancanza di critici seri e preparati. Qualcuno se ne sta nel suo privato e capisco anche il perché. 

12) C'è qualcos'altro che vorresti aggiungere a questa intervista, Adriana?

Credo di no. Chi volesse ancora sapere può cercarmi su Google o Youtube. Chi volesse dei libri può benissimo chiedermeli in privato o scrivendo alle case editrici. Forse solo un'ultima cosa. Durante il lockdown ho guidato, davvero con tenacia, un gruppo di 6  autori compresa me, ed è nato un romanzo, Il tempo sospeso, Edizioni Mnamon che è reperibile su Amazon e gli altri store on line. 

13) Bene, quindi, insieme alla silloge di poesie Il fiume di Eraclito, segnaliamo anche il romanzo Il tempo sospeso di Adriana Pedicini. Vuoi citare gli altri autori de Il tempo sospeso, Adriana?

Certo, molto volentieri! Graziella Bergantino, Giuliana Caputo, Giovanna Reveruzzi, Lidia Santoro, Giulio Miele e ovviamente la sottoscritta. Scrivere Il tempo sospeso è stato un modo per non rendere del tutto infruttuoso quel periodo davvero pesante. Tra l'altro è contestualizzato con il periodo e la protagonista coglie il pretesto della quarantena per abbandonare la famiglia e tornare al suo paese d'origine per rifarsi una vita. Ma dopo un travaglio interiore tremendo e deludenti esperienze,  ritorna, con una nuova prospettiva di vita e maggiore maturità, alla casa dove l'aspettano marito e figlio. 

14) Molto interessante, come tutti gli argomenti che hai affrontato nel corso di questa intervista. Grazie, Adriana, è stato un piacere e un onore parlare con te.


lunedì 31 agosto 2020

"Non era il mio cane" di Gabriella M. Ronchi


 

"Non era il mio cane" è una storia ricca di sentimento, l’ennesima testimonianza della sensibilità  della scrittrice e poetessa Gabriella M. Ronchi. Un racconto, questo suo, che tocca le corde più sensibili del lettore partendo dall'amore per un cagnolino, Ringhio, in realtà non proprio ma che col tempo diverrà come tale. Infatti, grazie a una quotidianità condivisa, durante le vacanze, nella casa di campagna della protagonista, Camilla, fra il vivace quattrozampe e la donna si instaurerà un legame speciale.

In “Non era il mio cane”, Camilla rievoca in maniera toccante il suo passato,  le sue radici familiari introducendoci con semplicità e naturalezza nel suo mondo, fatto di legami familiari, di gioie semplici e di amore per la  natura e per la vita.

Nella narrazione a un certo punto si inserisce la struggente storia di una badante marocchina, Karima,  segnata da una serie di vicissitudini, di sacrifici  e caratterizzata da una grande voglia di riscatto. Questa figura dà il là all'autrice per toccare il tema del razzismo e dell’emarginazione, piaghe che andrebbero combattute, perché giudicare un essere umano in base a dei pregiudizi è quanto di più ingiusto possa esserci al mondo. Il  personaggio di Karima offre anche l'occasione per parlare della condizione femminile, della violenza di genere, di come un’unione nata con le migliore speranze, come quella di Karima con suo marito, possa trasformarsi in un incubo.

Le ultime pagine grondano sentimento e nostalgia, preparate i fazzoletti, se avete il cuore tenero. L’autrice dimostra di saper parlare perfettamente il linguaggio del cuore e, con uno stile semplice ma incisivo, fa commuovere il lettore toccando con innegabile maestria tasti che sono universali,

“Non era il mio cane” di Gabriella M. Ronchi è una lettura intrisa di delicatezza, un amarcord che mi sento di consigliarvi, certa  che vi scalderà il cuore.

martedì 4 agosto 2020

"Gli occhi dell'abisso" di Diana Jett

Dopo un incipit morbido e delicato, che farebbe pensare all'avvio di un romanzo di tutt'altro genere,  Diana Jett sorprende il lettore sbattendogli in faccia le efferate imprese di uno spietato serial killer, "La Bestia", che uccide le sue vittime con un bacio tagliando loro la lingua.
La trama con le sue vicende si snoda fra il Texas dove vive Jade, brillante profiler dell'FBI, e la musicale patria del jazz New Orleans, sua città d'origine.
Supportata da uno stile fluido, scorrevole, la narrazione prende subito quota. L'autrice si destreggia abilmente fra i vari personaggi e le loro vicende, regalando al lettore scene adrenaliniche, intense, che si scolpiscono nella memoria.
La sapiente penna di Diana Jett si infila, per descriverle, fra le pieghe dell'animo della protagonista, Jade, rivelandone tutta l'umana vulnerabilità, nel suo rapporto con l'amatissima sorella Leslie e in quello povero e conflittuale con la madre Delia; con sensibile partecipazione ci avvicina a personaggi come Sam, disegnatore di successo che imbocca la strada dell'autodistruzione, vivendo senza fissa dimora nei bassifondi cittadini, e ci conduce per mano nel mondo di Sookie, moglie infelice che si crede tradita. Lo fa con trepidazione e la sua prosa, così forte nel descrivere truculenti omicidi e aberrazioni, si trasforma in una carezza, in un "ci sono", "ti vedo", "partecipo al tuo dolore".
Fra libri di magia, negromanti, sette sataniche, riti vudù, sacrifici umani e i poteri paranormali, volti al bene, di Jade, il lettore non ha certo il tempo di annoiarsi. 
Il mondo dell'occulto, misterioso e inquietante, raccoglie adepti anche fra gli insospettabili attirando come una calamita gli animi più  deboli, desiderosi di potere e di denaro o mossi dall'odio e dall'invidia che come la sete di vendetta possono accecare chi le prova, cancellando ogni scrupolo di coscienza e ogni remora.
Diana Jett con le sue vicende ci mostra che, proprio perché l'essere umano è schiavo delle sue passioni e sommamente corruttibile, nessuno è come sembra e il male ha gioco facile calpestando vincoli d'amicizia e d'affetto.
Il finale è caratterizzato da un paio di colpi di scena ben congegnati che lasciano senza fiato il lettore, ma prima che questa storia si chiuda l'autrice, per fare il punto della situazione, si sofferma su alcuni personaggi, sulle loro esistenze. 
Come accade nella vita, per alcuni di loro ci sarà il lieto fine, per qualcuno invece no. Diana Jett sospende il giudizio e fra le righe di questo  giallo, fluido e ben strutturato, che accoglie punte di horror e di thriller, ci invia un messaggio che suona pressappoco così: "Per giudicare un uomo bisogna conoscere almeno il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni", come direbbe Balzàc. 
A che pro giudicare, quindi? 
"Gli occhi dell'abisso" di Diana Jett si rivela romanzo antropocentrico, ricco di umanità e risvolti psicologici, che avvince il lettore coinvolgendolo in un turbillon di eventi, azione e colpi di scena, degno del più consumato degli scrittori.

mercoledì 29 luglio 2020

Nomi noti: "La figlia oscura" di Elena Ferrante

Buongiorno, cari amici.
Come prosegue per voi questa calda estate?
Io, nei ritagli di tempo, mi sto dedicando alla lettura. Non l'avreste mai detto, eh?
In genere, in qualità di cacciatrice di storie d'inchiostro, mi diletto a leggere soprattutto autori non ancora affermati.
Navigo nelle varie librerie on line, vengo catturata da una copertina, da una trama e, nel giro di qualche ora, o di qualche giorno, a seconda degli impegni che ho, leggo e RECENSISCO. 
Voglio sottolinearlo, perché purtroppo non è sempre così scontato che chi legga un libro spenda qualche minuto del suo prezioso tempo per lasciare la propria recensione. Questo è un vero peccato, soprattutto per gli emergenti che hanno bisogno di riscontri per proseguire nell'arduo cammino della scrittura, ragion per cui, da qualche settimana a questa parte ho preso l'abitudine di riportare proprio tutte le mie recensioni anche sul mio profilo social facendole precedere da questa frase: "Ho letto questo libro e mi è piaciuto", oppure, al contrario, "Ho letto questo libro e non mi è piaciuto". 
Non leggo solo emergenti, soprattutto per lavoro ma anche per puro piacere, ma ovviamente anche scrittori affermati. Negli ultimi mesi, ad esempio, ho fatto un'indigestione di giallisti, nostrani, inglesi e d'oltre oceano.
Per variare,ieri, con le migliori intenzioni, invece, ho scaricato sul mio e-reader la "La figlia oscura" di Elena Ferrante,  che tutti, anche chi non legge mai, conoscono se non altro per la serie televisiva ispirata al suo romanzo "L'amica geniale", e... delusione!
Ho letto  "La figlia oscura" di Elena Ferrante  e non mi è piaciuto!
Qualcuno urlerà allo scandalo. La Ferrante? Ma ci rendiamo conto? Come osi? 
La sua prosa è ineccepibile e riesce a raggiungere punte di lirismo notevoli, ma ci sono vari "ma", cari miei.
Un romanzo degno di questo nome dovrebbe pure avercela una trama... e "La figlia oscura" ne è totalmente  sprovvisto. 
A metà lettura avrei voluto abbandonare l'impresa (perché tale è stata...), ma mi sono imposta di proseguire fino all'ultima pagina, e... niente. Buio assoluto. A un certo punto,  ho perfino sperato in un lampo di genio da parte di questa scrittrice che spezzasse la monotonia delle sue per me inutili pagine. Mi è sembrato di intravedere un guizzo, un indizio di svolta. Appunto... "mi è sembrato", ma ora bando alle ciance. 
Ecco la mia sintetica ma eloquente recensione, che non anticipa niente al lettore, ma è molto chiara nei suoi giudizi:
(Due stelle su cinque")
"La psicologia lasciamola ai saggi.
Questo libro della Ferrante è senza trama e senza storia.
Molto ben scritto ma niente di più.
Noioso, pesante, cervellotico perde l'occasioni di riscattarsi anche nel finale.
Gli spunti di riflessione sul rapporto madre/figlia che fornisce sono banali, alla portata perfino di un adolescente, così come quelli sul ruolo femminile nella società."

E voi avete letto questo libro?
E, se l'avete letto, cosa ne pensate?