Il noir “La stanza buia” affronta il tema di una dolorosa ma inevitabile
discesa dentro di sé.
In ogni essere umano, in maniera più o meno accentuata, a seconda della
sensibilità del soggetto e dei suoi trascorsi, esiste una stanza buia nella
quale sono sedimentate memorie poco gradevoli del passato, piccoli e grandi
traumi rimossi.
Lisa, la protagonista di questa storia, dovrà recarsi proprio lì per affrontare
i mostri che le sottraggono energia impedendole di vivere e non solo di
vegetare.
L’ipnosi diventa quindi il viatico per questo viaggio nel quale la figura
esperta di Sara accetta di farle da guida, perché, come si evince dalla
narrazione, non ci si può avvicinare a questa delicata terapia a cuor leggero.
Pur di tornare a vivere, la ventisettenne Lisa accetta quindi un percorso non
certo indolore, perché le fa rivivere con forza e inevitabile sofferenza un
trauma che le si è riproposto sempre uguale per giorni, mesi, anni della sua
infanzia.
Un trauma che la faceva gridare all’ingiustizia mentre la sua mente bambina
alimentava paure gigantesche di fronte alle quali la piccola si sentiva
frustrata, impotente, inerme.
Questa storia che parla di abusi subiti fra le pareti domestiche, all’interno
di una famiglia solo apparentemente serena, pone l’accento sui legami familiari
e, in particolar modo, sul rapporto madre/figlia.
Non è un caso che il titolo originario de “La stanza buia” fosse “Come
Biancaneve”.
Alla stregua infatti della protagonista di questa fiaba, Lisa subirà vessazioni
fra le mura domestiche da parte della figura materna.
Va precisato che Grimilde, nella prima versione della fiaba, era madre e non
matrigna di Biancaneve.
Se Grimilde quindi, invidiosa della bellezza di Biancaneve, incarica il
cacciatore di ucciderla, Angela, madre di Lisa, l’annienta a livello
psicologico sottoponendola a percosse, insulti e umiliazioni, minacciandola e
ricattandola, facendola sentire costantemente in colpa.
E voi ne conoscete di Grimilde?

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